MUSICHE DI PAGANINI

sabato 4 febbraio 2012

"LE RIFORME FATTE DA MONTI SONO SUPERFICIALI, LE STRADE PER RIPARTIRE SONO ALTRE".




di GIULIO SAPELLI:


pubblicata da Minin Ladi


domenica 5 febbraio 2012 alle ore 4.26
Il governo Monti ha ottenuto la fiducia del Parlamento il 18 novembre dell’anno scorso. In poco più di due mesi ha messo a posto i conti pubblici (decreto Salva Italia), ha varato le liberalizzazioni (decreto Cresci Italia) e dato il via libera al provvedimento sulle semplificazioni. Adesso è la volta della riforma del mercato del lavoro che si annuncia profonda e radicale. Dopo anni e anni di stallo politico e amministrativo il nostro Paese ha finalmente cambiato registro? Siamo davvero di fronte alla rivoluzione che ci farà uscire dalla crisi economica? Lo abbiamo chiesto ad uno degli storici dell’economia più autorevoli in Italia, Giulio Sapelli, torinese di nascita ma docente alla Statale di Milano.

Professore, le riforme dell’attuale Esecutivo quanto profondamente stanno cambiando l’Italia? “Si tratta di cambiamenti superficiali, di profondi non ne ha fatto. Prendiamo per esempio il decreto sulle semplificazioni. E’ vero che sono state abolite tante farraginose pratiche burocratiche per le imprese ma l’abolizione del valore legale della laurea non è arrivato e ci sono diverse ingenuità spaventose come l’accentramento informatico presso authorities e agenzie che denota una povertà di cultura economica da parte di Monti”.

In che senso “povertà di cultura economica”? Monti è considerato uno dei più importanti economisti italiani.“E’ diventato rapidamente ordinario di economia, ha fatto il commissario europeo ma a livello scientifico non è un grande economista. Non ha dato contributi importanti alla teoria economica, le sue pubblicazioni, tranne piccole eccezioni, sono raccolte della sua attività pubblicistica sui quotidiani. Monti è salito al governo solamente perché il vecchio gruppo di potere raccolto attorno a Berlusconi ormai non aveva più credito a livello internazionale. L’oligopolio finanziario mondiale non tollerava più i comportamenti in Europa dell’ex premier, la spaccatura con Giulio Tremonti e l’incertezza che tutto questo generava. Il rischio ora è che anche attorno a questo nuovo esecutivo si crei un clima populistico. Già si sente parlare di tassi di crescita del Pil nei prossimi anni del 10% e queste sono cose assurde, è una forma di peronismo”.

Vuole dire che il decreto sulle liberalizzazioni ovvero il “Cresci Italia” non l’ha convinta? “Assolutamente no. Le liberalizzazioni sono inesistenti. Si è creata l’illusione che il destino dell’Italia dipenda dalle farmacie e dai tassisti e questa è una cosa ignobile. Le riforme vere e necessarie non sono state fatte. Non è stato riformato il sistema bancario, non è stata liberalizzata la rete ferroviaria che avrebbe interessato milioni di pendolari. Anche la separazione di Snam da Eni, uno degli aspetti più rilevanti dell’intero provvedimento, è in realtà una cosa inutile. Il prezzo del gas naturale in Italia è già il più basso d’Europa dopo quello dell’Inghilterra. L’elevato costo energetico nel nostro Paese non deriva dal gas ma dal fatto che l’elettricità ha scarsi contenuti di produzione da carbone e dal nucleare. La separazione alla fine favorirà Eni che venderà Snam a prezzi di mercato e incasserà una somma economica importante per fare nuovi investimenti all’estero”.

Sta entrando nel vivo la riforma del mercato del lavoro. Quali rischi vede profilarsi all’orizzonte?“Le anticipazioni che si sentono fanno rabbrividire. Nel momento in cui ci sono 200 milioni di disoccupati nell’area Ocse in Italia si vuole abolire la cassa integrazione straordinaria e mettere in discussione l’articolo 18. Di queste modifiche si può ovviamente discutere ma solamente dopo la creazione di un welfare davvero efficiente e dopo l’eliminazione delle 40 diverse tipologie di contratto a termine esistenti”.

L’Italia già nel 1993 ebbe un governo tecnico per affrontare un grave crisi economica e finanziaria. Quella di oggi è una cosa diversa o fondamentalmente è il proseguimento della stessa crisi? “Fondamentalmente è la stessa cosa, però allora c’era il vantaggio di non avere l’euro che oggi purtroppo è una camicia di forza. Bisogna poi aggiungere che la crisi di oggi è certamente mondiale ma noi paghiamo anche gli errori fatti da Ciampi e da Prodi che svendendo il patrimonio industriale italiano di fatto l’hanno distrutto. Sarebbe meglio che almeno questo governo non ripetesse quegli errori”.
Come può uscire l’Italia da questa lunga crisi? “In primo luogo il nostro Paese deve battersi a livello europeo per cambiare il trattato di Maastricht e per cambiare lo statuto della Bce affinché possa agire da prestatore di ultima istanza esattamente come fa la Federal Reserve. Bisogna sperare che la Merkel e Sarkozy vengano sconfitti nelle rispettive elezioni perché questo faciliterebbe le cose. A livello interno bisogna rafforzare l’industria manifatturiera e i servizi avanzati alle imprese per posizionarci nei settori anticiclici che saranno risparmiati dalla crisi economica mondiale. Per fare questo serve un nuovo intervento pubblico nell’economia capendo però che il problema non è il debito ma l’assenza di crescita economica”.Nell’attuale schieramento politico vede qualcuno in grado di applicare le riforme da lei suggerite?“Ne vedo pochi. Mi piace Fassina che ha capito che le 'stupidità' liberiste alla Giavazzi o all’Alesina ci porteranno verso il disastro ma temo che lo 'faranno fuori' in fretta. Bisogna perciò sperare che riparta un movimento sociale importante. Qualche segnale c’è, gli operai si stanno lentamente svegliando dal torpore in cui sono caduti negli ultimi 20 anni. I lavoratori dovrebbero riprendersi in mano il loro destino".

A livello personale invece cosa si può fare? “Mettere in moto le nostre straordinarie capacità personali e capire però che la crisi non si affronta da soli ma riscoprendo il senso della comunità. In che modo? Ci sono diverse possibilità, di sicuro una è data dalle cooperative. L’impresa capitalistica non è l’unica strada possibile per la creazione di lavoro”.

Michael Pontrelli

Giulio Sapelli: "Le riforme fatte da Monti sono superficiali, le strade per ripartire sono altre"
04 febbraio 2012

lunedì 8 agosto 2011

di Peter Gomez


Berlusconi si fa pagare il conto


Dopo soli tre anni di governo Silvio Berlusconi ce l’ha finalmente fatta. Con la fortunata collaborazione di buona parte del parlamento il premier é riuscito a portare il Paese, che lui diceva stare “meglio degli altri”, a un passo dal baratro e a minacciare di tirarsi dietro nel precipizio tutto il resto di Europa. Risultato: da domenica le decisioni che riguardano la nostra economia, come dimostrano il comunicato congiunto di Merkel e Sarkozy e la lettera di Trichet e Draghi, non vengono più prese a Roma.

Ovviamente il commissariamento del nostro esecutivo non sarebbe di per sé un gran guaio. Per i bilanci dello Stato meno Berlusconi e il suo futuro ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, fanno e meglio è. Purtroppo però una cosa sono i conti pubblici e un’altra le condizioni reali dei cittadini. E già dai prossimi giorni gli elettori avranno modo di rendersene conto.

All’invito a fare in fretta e a passare dalle parole ai fatti, il governo non potrà che rispondere con un decreto legge. Dentro ci saranno più tasse (molte di più) e meno stato sociale (molto di meno). Presto, poi, si inizierà a discutere seriamente di patrimoniale. Ma non tarata sui ricchi, come sarebbe giusto e logico. Visto che si é arrivati in ritardo di almeno 24 mesi, si dovrà fare cassa subito. Per questo verranno colpiti i ceti medi. Il risparmio delle famiglie, del resto, è l’unica voce del bilancio italiano che, nel bene e nel male, continua a dare qualche soddisfazione (i depositi bancari tra il 2007 e il 2011 sono aumentanti in valore reale del 4,7 per cento). I denari per non fallire il governo non saprà far altro che andarli a prendere lì. Come, lo sapremo presto.

Le chiacchiere, del resto, stanno a zero. La conferenza stampa congiunta di venerdì sera tra i due separati in casa Berlusconi e Tremonti, ha rappresentato l’acme della tragicomica pochade messe in scena in questi anni dai due anziani politicanti. Il tentativo di far passare l’idea che per rendere competitivo il Paese fosse necessario cambiare l’articolo 41 della Costituzione è stato un insulto all’intelligenza. E non solo per una questione di merito. Anche per una questione di metodo.

Se pure il premier e il suo ex commercialista avessero ragione (e non ce l’hanno), non possono far finta di non sapere che per cambiare la Carta fondamentale ci vogliono, a essere ottimisti, 18 mesi e due terzi dei voti del Parlamento. Troppo. Decisamente troppo per un paese che di fronte a sé ha un futuro da contare non i mesi, non in settimane, ma in giorni.

Certo se (e non è per nulla detto) la cura da cavallo imposta da Parigi e Berlino, con i relativi acquisti di titoli di Stato da parte della Bce, servirà per farci sopravvivere alla tempesta dei mercati, resta il non secondario problema di che cosa fare per tentare di risalire la china.

Mentre si discute di privatizzazioni, liberalizzazioni e di tagli ai costi della politica (tutti scelte doverose) l’intervento più semplice è la drastica riduzione del denaro contante che circola nel nostro paese. Eliminare il cash infatti vuol dire dare, da subito, un duro colpo a evasione fiscale e corruzione.

Come farlo? Rendendo obbligatorio da subito l’utilizzo di bancomat, assegni e carte di credito in tutte le transazioni economiche superiori ai 500 euro (un limite che poi andrà ritoccato progressivamente verso il basso).

Un provvedimento del genere, questo è chiaro, Berlusconi non lo digerirà facilmente. Nel 2008, al grido “vogliono uno Stato di polizia tributaria”, eliminò tutte le disposizioni del governo Prodi sulla tracciabilità dei pagamenti (poi solo parzialmente reintrodotte). E lo fece tra gli applausi. Del suo elettorato, dei professionisti, degli industriali, delle organizzazioni di categoria e, ovviamente, di buona parte dei media. Pure di quelli che oggi gli danno addosso.

Ma allora il premier era un vincente. Era un mercante di falsi sogni a cui gli italiani avevano fatto scivolare il Paese in mano. Oggi quel Paese non c’è più. I sogni del mercante lo hanno distrutto. Restano solo i conti. Che, purtroppo per noi, andranno pagati tutti.

domenica 22 maggio 2011

23 MAGGIO 1992

CORTEO IN MEMORIA DI GIOVANNI FALCONE

Domani alle 15.00 presso Via D'amelio
(Luogo Della Strage Del Giudice... Paolo Borsellino),
Palermo, Italy

23 MAGGIO 1992 - 23 MAGGIO 2011 NOI NON DIMENTICHIAMO, IN MEMORIA DEI MAGISTRATI DI IERI IN DIFESA DEI MAGISTRA...TI DI OGGI! APPUNTAMENTO DALLE 15:00 IN POI IN VIA D'AMELIO PER RAGGIUNGERE INSIEME L'ALBERO FALCONE.

martedì 10 maggio 2011

martedì 12 aprile 2011

Eravamo un popolo aggrappato ad una fioca speranza, quella di conquistare il mondo per piegarlo alla Giustizia; percorrevamo il nostro cammino su strade diverse, i nostri occhi non si erano mai incrociati, i nostri sogni viaggiavano su binari distanti pur avendo la stessa meta, ma i nostri cuori battevano inconsapevoli il medesimo ritmo. Dietro quelle pulsazioni, un bisogno inappagabile di Libertà, un oceano di rabbia pronto a far sprofondare qualsiasi barca di potere occulto e qualsiasi residuo di vigliaccheria ed ingiustizia.
I nostri ideali erano una polveriera pronta ad esplodere, ma mancava la miccia che desse vita allo scoppio di questa piccola rivoluzione ideologica, che pian piano sta investendo il Paese e che presto coinvolgerà le coscienze assopite di ogni singolo cittadino.
La miccia poi è arrivata e ha dato fuoco ai nostri cuori come nessuno mai aveva saputo fare prima. Salvatore Borsellino è piombato all'improvviso nelle nostre vite e ce le ha cambiate irrimediabilmente e per sempre. E' quel faro nella notte che ci permette di non sprofondare negli abissi di questo mare in tempesta che è il nostro tempo, è il nostro unico e solo leader, colui che ha riacceso in noi gli ideali di Paolo e Giovanni in maniera devastante e che ci ha convinti del fatto che vivere una vita lontano dai loro sogni sarebbe stato inutile, una non-vita, un lento morire.

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mercoledì 16 febbraio 2011