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mercoledì 30 dicembre 2009

l'ultima intervista a Paolo Borsellino

ALBERI E VITE.....ALBERI E STRADE.........



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«Borsellino disse: "Mangano significa morte"»
di P.P. Flammini - E. Voltattorni
Invia ad un amico Stampa l'articolo 11 commenti↑ Giorgio Mancini e Sandra Amurri
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mafiaLo ha rivelato la giornalista del "Fatto Quotidiano" Sandra Amurri in base ad una confidenza della moglie del magistrato ucciso dalla mafia, nell'ambito dell'incontro all'hotel Progresso in cui è stata trasmessa l'intervista integrale realizzata nel 1992 da due giornalisti francesi di Canal Plus, che stavano cercando di avere notizie sui rapporti tra lo "stalliere di Arcore", Dell'Utri e Berlusconi

AN BENEDETTO DEL TRONTO – Mafia, giornalismo, politica: di questo si è parlato domenica 27 dicembre all'hotel Progresso di San Benedetto, dove il locale gruppo di Sinistra Ecologia e Libertà e l'associazione Peppino Impastato si sono impegnati per permettere la visione integrale di un'intervista realizzata il 21 maggio 1992 al giudice Paolo Borsellino (ucciso di lì a meno di due mesi nella strage di via D'Amelio, mentre il suo collega Giovanni Falcone fu assassinato, anche lui con gli uomini della scorta, appena due giorni dopo, il 23 maggio).


L'intervista, realizzata da due giornalisti di Canal Plus, i francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, non è mai stata vista integralmente fino a pochi giorni fa, quando Il Fatto Quotidiano ha deciso di distribuire, assieme al giornale, un dvd contenente l'intervista e alcuni extra ad essa connessi. Sandra Amurri, giornalista del Fatto Quotidiano ed esperta dei rapporti tra la mafia e la politica («Arrivai in via D'Amelio forse appena due minuti dopo l'esplosione della bomba», ha ricordato) ha presentato il video alla folta platea presente con la quale poi si è intrattenuta in un vivace dibattito ricco di interventi da parte del pubblico (presto pubblicheremo anche le dichiarazioni di Sandra Amurri).

Il documento video fu registrato da Calvi e Moscardo nel tentativo di avere informazioni sui legami tra Vittorio Mangano, noto appartenente a Cosa Nostra, conosciuto da Borsellino fin dai primi anni Settanta, con l'attuale senatore Marcello Dell'Utri e quindi con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. I due giornalisti infatti erano a conoscenza di inchieste che da Palermo coinvolgevano i due attuali uomini politici (che nel 1992 erano attivi esclusivamente nel campo dell'economia), e poiché all'epoca Berlusconi era proprietario di La Cinq ed era intenzionato ad espandere la propria attività in Francia in concorrenza con Canal Plus, l'iniziale documentario incentrato sull'omicidio del politico della Dc Salvo Lima virò poi proprio sulle relazioni “milanesi” dello “stalliere di Arcore” Mangano, definito da Paolo Borsellino “testa di ponte” della mafia nel Nord Italia (principalmente per attività legate al traffico di droga, sequestri di persona e al riciclaggio del denaro di Cosa Nostra).

Per la verità Borsellino, nell'intervista durata 55 minuti, cerca di esulare più volte rispetto alle domande di Calvi e Moscardo su questi rapporti, spiegando che non era titolare delle inchieste in corso e quindi non poteva fornire informazioni coperte da segreto istruttorio (anche se al termine dell'intervista consegna un fascicolo su Mangano chiedendo ai due giornalisti di farne l'uso desiderato a patto di non dire che a consegnarlo fosse stato lo stesso Borsellino).

Sandra Amurri ha poi spiegato che la moglie di Paolo Borsellino, Agnese, le ha confidato che al termine dell'intervista chiese al marito chi fosse Mangano, il cui nome era stato tante volte pronunciato nel corso dell'incontro: Borsellino – che concesse l'intervista nel suo appartamento privato e non in Procura perché non si fidava più neppure dei luoghi dove lavorava - risposte alla moglie che «Mangano è un nome che fa paura, non lo devi pronunciare perché si può morire soltanto a nominarlo».

Il resto è storia nota ma ancora dibattuta: due giorni dopo sarebbe morto Falcone, il 19 luglio 1992 la tragica fine toccò poi a Borsellino.

Nel video l'intervista rilasciataci da Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo ucciso dalla mafia il 19 Luglio 1992.

L'intervista è stata registrata il 2 Giugno dopo una conferenza tenutasi a Montebello della Battaglia (PV) di cui pubblicheremo al più presto il video integrale.

Riportiamo di seguito anche la trascrizione dell'intervista, per chi avesse una connessione lenta e quindi non riuscisse a vedere il filmato con facilità.


Intervistatore: Uno dei punti più oscuri e cruciali della fine di suo fratello è forse quello dell’agenda rossa, l’agenda sottratta dal luogo della strage, definita da Marco Travaglio come la “scatola nera della Seconda Repubblica”. Lei in questi anni si è mai immaginato chi potrebbe averla presa, e dove potrebbe essere finita?

Salvatore: Io sono convinto, per le modalità con cui è stata sottratta, che doveva trattarsi di qualcuno che sapeva che Paolo era solito portarla in quella borsa, e che la usava per prendere i suoi appunti, quindi io credo che sicuramente l’agenda non sia stata sottratta da mafiosi, ma dai servizi segreti. Su questo non c’è alcun dubbio, da parte mia.
D’altra parte io spero che al capitano Arcangioli (il capitano dei carabinieri che fu ripreso mentre si allontanava dall’auto devastata del giudice con in mano la suddetta borsa, N.d.R) sia data la possibilità di difendersi, altrimenti resterà per sempre questo dubbio: cioè che lui abbia consegnato l’agenda a qualcuno dei servizi segreti, oppure che egli stesso ne faccia parte. Non è possibile che non gli sia data questa possibilità di difendersi, perché io politicamente non condanno nessuno, però allora lui ci deve spiegare perché ha preso quella borsa e a chi l’ha portata: perché lo si capisce chiaramente, anche da quel video che ritrae quel momento, che lui la borsa la sta portando a qualcuno, non c’è dubbio.

I: Un altro buco nero di questa vicenda, che emerge anche dall’agenda, è il famoso incontro avvenuto il 1°luglio 1992 al ministero dell’Interno, tra suo fratello Paolo e l’allora ministro Nicola Mancino; un incontro da alcuni ritenuto un incontro “fantasma”. Lei…

S: Ma guarda, non è assolutamente un incontro fantasma perché ne esistono svariate prove, innanzitutto la testimonianza dello stesso Paolo, il quale nella sua agenda più piccola che era solito lasciare a casa, e che quindi non fu sottratta, scrisse “1°luglio, ore 19, Mancino”: e questa è la prova principe, secondo me, perché pare addirittura che Paolo scrisse quest’annotazione dopo l’incontro, visto che l’agenda non l’aveva con sé.
Poi ci sono tante altre testimonianze, c’è quella del dottor Aliquò che è il sostituto procuratore che stava interrogando Mutolo insieme a Paolo, il quale accompagnò Paolo fino alla porta di Mancino.
C’è anche la testimonianza di Gaspare Mutolo, il quale io ritengo da questo punto di vista più attendibile dello stesso Mancino, poiché il ministro invece si nasconde dietro ad amnesie e giustificazioni che se non fossero tragiche sarebbero addirittura puerili: un ministro della Repubblica non può avere l’impudenza di affermare di non ricordarsi se, tra i tanti giudici incontrati in quei giorni, ci fosse anche Paolo Borsellino.
Ecco, Paolo Borsellino in quei giorni era su tutti i giornali, per 57 giorni fu su tutti i giornali, e allora può un’alta carica dello Stato com’era Mancino non ricordare un simile incontro?
O soffre veramente di qualcosa di peggio dell’Alzheimer, o di amnesie croniche, oppure mente spudoratamente. Mente spudoratamente, perché il punto è che a lui fa comodo non ricordare quell’incontro: perché se se lo ricordasse, allora poi dovrebbe dire innanzitutto perché Paolo vide uscire dal suo ufficio Contrada e Parisi, proprio pochi minuti dopo che nell’interrogatorio Mutolo gli aveva rivelato che Contrada era colluso con la mafia.
Voi pensate, Borsellino stava interrogando Mutolo, Mutolo gli rivela proprio in quel momento (oltre al giudice Signorino, che si era venduto alla mafia per debiti di gioco) tutte le infiltrazioni mafiose nelle istituzioni, in particolare nei servizi segreti e nella polizia, gli fa esattamente il nome di Contrada, e proprio in quel momento Paolo viene chiamato dal ministro, quando invece nessuno dovrebbe sapere che Gaspare Mutolo gli sta parlando di quelle cose.
Ebbene lui arriva nell’ufficio del ministro e ne vede uscire Contrada, quindi capisci lo sconvolgimento che deve avere provato Paolo, e quindi il motivo per cui Mutolo racconta che Paolo al suo ritorno era così agitato che si accese due sigarette una dopo l’altra e se le mise in bocca contemporaneamente.
Ecco, questo è il motivo per cui Mancino non può ricordare, perché se ricordasse allora ci dovrebbe parlare anche di quell’ignobile patto tra Stato e mafia che sicuramente fu proposto a Paolo in quell’ufficio, patto al quale Paolo si dev’essere rifiutato sdegnosamente di aderire: motivo per il quale egli dovette essere eliminato pochi giorni dopo, in tutta fretta.

I: Ecco, proprio da questo fatto ci è sorta una domanda: pensando alla vita di Paolo ci ricordiamo tutti come lui fosse un uomo con un profondissimo senso delle istituzioni, un uomo che si immedesimava totalmente nel suo ruolo di magistrato e nutriva profonda fiducia nella democrazia: ma allora, se gliene ha parlato, come viveva lui la scoperta di questi fatti così gravemente antigiuridici ed immorali, che sembravano minare l’esistenza stessa di una vera democrazia in Italia?

S: La viveva in maniera veramente tragica, tanto che vedendolo nelle interviste di quei giorni (io allora abitavo a Milano e l’ultima volta che incontrai Paolo di persona fu nelle vacanze natalizie del 1991) Paolo sembrava essere invecchiato di dieci anni in due mesi. Disse più di una volta “Sto vivendo la mafia in diretta”, perché si stava rendendo conto di che cosa veramente era la mafia: qualcosa che lui magari fino a quel momento aveva solo potuto sospettare od intuire, cioè che la mafia fosse già pesantemente addentrata all’interno delle istituzioni. Agnese (la moglie di Paolo, N.d.R.) racconta che, tornando da questi interrogatori, Paolo più di una volta aveva vomitato, quindi si può capire da questa reazione come Paolo vivesse quei giorni.
Sicuramente in quelle rivelazioni che gli furono fatte stanno alcuni dei motivi per cui venne infine eliminato, e sicuramente io chiederò, visto che la giustizia non li sta adoperando come dovrebbe, di avere i verbali degli interrogatori di Gaspare Mutolo e Leonardo Messina.
Sto cercando di ottenere anche quello di Vincenzo Calcara, perché purtroppo lo stato non può processare sé stesso, come continuo a ripetere.

I: E’come se Paolo fosse arrivato a toccare un cortocircuito dello Stato, come se avesse scoperto una sorta di segreto indicibile, il che comportò la sua condanna a morte.

S: Guarda, io ho sentito più volte dire da persone che erano più vicine di me a Paolo, che sulla morte di mio fratello non si sarebbe mai venuta a sapere la verità, perché altrimenti sarebbe saltato in aria lo Stato italiano. Quindi io sono non rassegnato, perché quello non lo sono affatto, però so che non riuscirò a veder fatta giustizia per mio fratello.
Però non per questo bisogna smettere di lottare: anzi bisogna alzare il livello della nostra reazione per opporsi a questa vergogna che è la giustizia negata a questi uomini, da un lato, ma la giustizia negata anche all’Italia intera, dall’altro.


da: http://stradapersa.blogspot.com/

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